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I GALVAN, FABBRICANTI DI STRUMENTI MUSICALI

Il Corso Ausugum a Borgo Valsugana è una stretta via che taglia per il lungo l’antica borgata, una specie di Spaccanapoli fiancheggiata da palazzotti e antiche case, con le botteghe da cui si affacciano negozianti e artigiani a conversare con la gente che passa. In fondo al Corso, per chi viene da Trento, sulla destra, in un vetusto palazzotto c’è la bottega dei Galvan, fabbrica all’inizio di fisarmoniche, poi di armonium e pianoforti.
Fu una delle prime case che vide, venendo da Feltre, Giacomo Casanova, ai primi di novembre del 1755 quando, in fuga dai Piombi di Venezia (fu uno degli unici uomini al mondo a vantarsi di essere potuto fuggire da quell’orrendo carcere) “con una carretta a due cavalli”, come egli stesso ha scritto, giunse a Borgo.

Centotrent’anni dopo Egidio GaIvan, un ragazzo di Borgo che aveva una quindicina d’anni, avendone visto un modello, senza l’aiuto di nessuno, si fabbricò una piccola fisarmonica, usando la pelle e il legno. Era probabilmente un modello di “organetto” trentino, una di quelle piccole fisarmoniche a bottoni che avevano la caratteristica di emettere suoni solo in fase di compressione dell’aria, ricavandone dei suoni dolci, simili a quelli della fisarmonica “musette” francese. Suo fratello che abitava a Bolzano mostrò in quella città lo strumento al laboratorio Fidel-Soncin, fabbrica di fisarmoniche. Gli dissero che il ragazzo, se voleva, poteva venire a lavorare da loro. Così Egidio andò là e vi rimase a lavorare per una decina d’anni. Intanto sognava di tornare a Borgo e di mettere su un laboratorio tutto suo.

Verso la fine del secolo, quando Egidio era sui 25 anni (era nato nel 1873) riuscì a realizzare Il suo sogno: passarono una decina d’anni e il laboratorio di Egidio era ormai divenuto una piccola fabbrica, la maggiore di Borgo Valsugana, con una cinquantina di dipendenti e qualcosa come una cinquantina di modelli diversi di fisarmonica. Ce n’erano di ogni specie, da quelle più semplici ed economiche a quelle per virtuosi, intarsiate di madreperla. Erano tutti modelli lavorati con pazienza artigianale: tra di essi non poteva mancare la fisarmonica “Uso Trento”, come veniva reclamizzata, in altre parole l’”organetto trentino”.
Gli strumenti venivano esposti in tutte le regioni dell’impero austroungarico, in Svizzera, ricevevano medaglie alle esposizioni internazionali di Roma, Liegi, Bruxelles, erano lodate con attestati dai maggiori virtuosi dell’epoca. C’è da dire che la fisarmonica è uno strumento abbastanza recente: inventato In Germania verso il 1820, successivamente perfezionato, tra la fine del secolo scorso e il nostro incontrò un’immensa popolarità, un po’ come la chitarra nei nostri tempi.

Ma già negli anni precedenti la Grande Guerra la fabbrica di fisarmoniche di Egidio Galvan cominciava a sentire la concorrenza di altri laboratori, come quelli di Castelfidardo, che diverrà la capitale mondiale della produzione delle fisarmoniche. Era successo che venivano impiegati nella lavorazione le prime materie plastiche scoperte, come la celluloide prima e la bachelite poi. Il governo austriaco, giustamente preoccupato per le condizioni di salute dei lavoratori che dovevano manipolare materie infiammabilissime e nocive alla salute, aveva emesso norme restrittive che impedivano questo tipo di lavorazione. E continuare la produzione utilizzando solamente il legno là dove gli altri usavano le materie plastiche diventava sempre meno economico.
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Egidio Galvan nel 1910.

Venne la prima guerra mondiale, e sebbene non fosse più giovanissimo (aveva superato la quarantina) Egidio fu costretto a partire in divisa austroungarica. Era stato amico di Battisti che gli scriveva delle lettere andate purtroppo perdute. La sua famiglia sfollò a Milano dove il figlio Ettore cominciò a frequentare corsi di musica. Costretto a combattere in divisa austroungarica nonostante le sue simpatie. irredentiste, come molti trentini anche Egidio teneva un diario. Da queste pagine inedite togliamo la narrazione di quando cadde prigioniero dei russi: “Tutto d’un tratto si sente l’Hurrah! Sono i russi che fanno l’assalto; ecco Il momento dalla morte alla vita! Dio volle che per bontà dei russi io fossi salvo. Sono le cinque di sera, mi alzo dal nascondiglio e guardo: il nemico si trova a pochi passi. Alzo le mani e grido: “Dobra, dobra, pagni!” Questi buoni soldati mi fanno segno da dove partire, e qui una vertiginosa fuga per non essere vittima del nostri stessi. Per andare a mettermi in salvo dovetti abbandonare tutto e restare col solo vestito. Finalmente dopo circa due ore di corsa arrivo fuori pericolo e prigioniero dei russi. Questo giorno è stato il più bello della mia vita e per questa memoria feci voto di celebrare ogni anno una messa il 29 agosto…”.

Egidio Galvan era stato fatto prigioniero nella grande battaglia di Luzk, l’ultimo guizzo della potenza russa, quando le armate austriache furono semidistrutte e i russi catturarono 350 mila prigionieri, tra cui centinaia di trentini. Egidio ebbe la fortuna di poter rimpatriare mesi dopo, imbarcandosi ad Arcangelo con migliaia di altri ormai ex prigionieri arrivando a Milano ne del novembre del 1916. In quella città lavorò sino alla fine della Grande Guerra. Tornato a Borgo a guerra finita, con la famiglia giovane figlio Ettore ormai in grado di dargli una mano, decisero di passare alla produzione degli armonium. Come erano stati bravi nella costruzione delle fisarmoniche i Galvan si dimostrarono altrettanto bravi con gli armonium: il mercato, come si dice adesso, “tirava”.

Gli strumenti venivano richiesti dalle scuole, dai seminari, dalle chiese, dai maestri di musica che vi si esercitavano: nascevano via vari modelli. Il S. Cecilia, espressamente studiato per la Scuola di musica sacra di Trento; il Palestrina; il Bach, “armonium tipo organo, d’intonazione forte speciale, istrumento insuperabile per uso di grandi chiese, società corali, sale da concerto”; il Perosi, un modello per orchestra. Gli armonium dei Galvan finirono in varie chiese d’Italia, nelle missioni d’Africa, nei Paesi dell’America Latina, specialmente in Venezuela dove al concorso di Caracas ricevettero un premio prestigioso. Dopo la seconda guerra mondiale gli armonium Galvan finirono nelle cappelle della Raffaello e della Michelangelo; un modello S. Cecilia trovò la sua collocazione nella cappella privata di Paolo VI in Vaticano.
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La fabbrica nel 1910

Bisogna dire che nel perfezionamento di questi strumenti un ruolo fondamentale lo ebbe Ettore, perfezionatosi nella musica dopo il suo ritorno a Borgo con il maestro Ferruccio Rigo, direttore della banda locale che in seguito sarà diretta dallo stesso Ettore. Ma prima il giovane Galvan si era fatto le ossa nella banda suonando come prima cornetta. Questo evidentemente non gli bastava se si mise a suonare il piano nella Filarmonica, sciolta nel 1932. Poi mise su un complesso suo; infine, prima della seconda guerra nel 1936, Ettore formò e diresse quel coro che, dopo la guerra, doveva diventare il Coro Valsella (ci canta il figlio Romano), uno dei più prestigiosi cori trentini a cui va il merito di cantare un repertorio originale, frutto di una lunga ricerca nella tradizione popolare. Egidio Galvan morì durante la seconda guerra, nel 1944, ed Ettore portò avanti da solo l’azienda, mentre cresceva il piccolo Romano, nato nel ’36, il terzo della dinastia dei Galvan, figlio di Ettore. Questi scomparve nel 1969, a soli 61 anni, quando ormai era iniziata la crisi nella produzione degli armonium.
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La fabbrica nel dopoguerra

Per sopperire alla crisi degli armonium (ormai solo qualche solitario appassionato li continua a suonare, mentre i giovani sono passati alle tastiere elettroniche), dal 1982, la ditta Galvan ha iniziato la costruzione di pianoforti senza coda. Ritira il semilavorato da una ditta fiemmese e ne ricava uno strumento di alta affidabilità, che è stato esposto con successo alla Fiera di Milano ed alle Marche Musicali di Pesaro. È un pianoforte l’EG Superior dei Galvan, che in un articolo di una rivista specializzata abbiamo visto così definito: “in conclusione, uno strumento adatto sia ad un uso amatoriale sia a scopo di studio; bello esteticamente, riunisce in sé tutte le doti di uno strumento costruito con le tecniche più avanzate, ma servendo di un’esperienza artigianale che si avvale dei “trucchi” e dei piccoli segreti acquisiti in una secolare esperienza”. Insomma, proprio per il loro retroterra di cultura artigiana, anche nell’epoca dei computers i Galvan mantengono un loro spazio. Assieme ai Bozzetta, Ciresa, ai Delmarco, tutti di Tesero, la piccola Castelfidardo del Trentino, sono rimasti i soli da noi a rinnovare la magia degli strumenti musicali.
 
 
Tratto da  “Il mestiere dei padri” di Renzo Francescotti – Edizioni U.C.T. Trento